La Storia

Il restauro del Castello

Il Castello che torna a vivere

Nei primi anni del 1800 il marchese Luigi Coardi di Carpeneto, temendo le confische napoleoniche scelse di vendere il castello di proprietà a chi lo conosceva meglio di chiunque altro: l’uomo che lavorava le sue terre. Andrea era mezzadro, non nobile. Ma aveva qualcosa che i nobili non sempre hanno: la
determinazione di chi sa quanto costa ogni pietra.
Da allora il castello è rimasto nella nostra famiglia. Sette generazioni. Tre mestieri: il fabbro, il contadino, il calzolaio. Tre storie intrecciate con queste mura.
Io sono Giovanni Mauro Benedetto, discendente di Andrea e voglio raccontarvi queste storie.

"Ci ho messo il cuore. Pensando a quanti sacrifici ha fatto Andrea nel 1807 per comprarlo, e a quanti ne hanno fatti tutti gli altri per custodirlo"

Giovanni Mauro Benedetto

Il restauro (2015–2024)

Nel 2015 la nostra famiglia decise che il castello andava recuperato seguendo un principio preciso: nulla di ciò che apparteneva ai nostri avi doveva essere perduto; tutto ciò che poteva essere salvato andava trasformato e valorizzato.
I lavori iniziarono nel 2016 e si interruppero tra il 2020 e il 2021 a causa della pandemia e ripresero nel 2022. Il 7 luglio 2024 insieme ad artigiani, fornitori e collaboratori che ne hanno reso possibile la rinascita, abbiamo celebrato il ritorno del castello al suo splendore Le vecchie ringhiere in ferro sono diventate arredi nella camera del Fabbro. Assi ammalorate si sono trasformate in panche, poltrone e armadi. Antiche travi sostengono oggi letti e tavoli. Anche i mobili autentici di mio nonno Giò Matteo, calzolaio di Niella, sono stati restaurati e riportati a nuova vita.
Il restauro, diretto dall’architetto Andrea Briatore sotto la supervisione della Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte, ha seguito una sola regola: il rispetto. Rispetto per le strutture originarie, valorizzate anziché nascoste. Le nuove scale sono state realizzate staccate dalle mura antiche; dove mancavano pareti abbiamo scelto il legno, lasciando che il nuovo si distinguesse chiaramente dall’antico.
Nessuna imitazione. Solo onestà verso la storia.

Niella Tanaro diventa parte della Gallia Cisalpina dopo la conquista romana come Municipio di Augusta Bagiennorum.
“Nigella ad Tanagrum” viene citata nel 901 nei documenti come donazione imperiale al Vescovo di Asti che delega il governo locale prima ai Marchesi Del Vasto e poi ai Marchesi di Ceva che ne assumeranno il possesso dal 1142. L’attraversamento della via Bagienna (ma anche della via Palmaria e da una Via del Sale) ne fa un pagus importante e, in epoca medievale, diventa uno strategico di collegamento tra i più importanti centri piemontesi ed i porti liguri, fra i quali si erano sviluppati scambi commerciali, economici ed anche culturali. Vi è testimonianza certa anche del transito di fedeli sulle vie di pellegrinaggio, data la fitta disseminazione lungo tali percorsi di edicole, cappelle ed oratori e la presenza in Niella di un Hospitale.

La costruzione del Castello di Niella Tanaro è probabilmente avvenuta tra il 1125 ed il 1160. E’ il periodo in cui il Castrum Nigella fu compreso nel marchesato di Ceva con l’atto di divisione delle terre del Marchese Bonifacio del 1142. Negli anni a seguire il marchesato fu ceduto per metà ad Asti (1295) da Giorgio II detto il Nano e nel 1299 ne furono investiti i figli di Guglielmo III di Ceva.

Il dominio dei Marchesi di Ceva continuò fino al 1530 quando Asti lo passò a Catarinetta Spinola ed infine, nel 1532, a Giovanni del Caretto. Successivamente arrivò ai Sauli ed infine ai Conti Coardi di Carpeneto che ne ebbero la proprietà sino al periodo della restaurazione.

Come molti comuni cebano-monregalesi, sul finire del XVIII secolo anche Niella venne coinvolta dalla prima campagna napoleonica d’Italia. Il comune ospitò (1795 e 1796) le truppe regie, la cavalleria piemontese e quella austriaca allora alleate contro l’armata di Bonaparte. ll 18 aprile 1796 i soldati francesi sfondarono le trincee sulla vicina bicocca (battaglia della bicocca di S. Giacorno). Napoleone impose a Niella una contribuzione di 12.000 lire, mentre in alcune cappelle vennero ammassati viveri e foraggi sotto la minaccia del “saccheggio e dell’abbruciamento”.

Il 30 ottobre 1807 il Conte Coardi di Carpeneto vende il castello al proprio mezzadro Andrea Piovano. A lui vanno anche tutte le terre di pertinenza, il mulino del castellaro ed ottiene anche il nobiliare banco nella chiesa parrocchiale B.V. Assunta. Andrea non sapeva scrivere; pertanto dal Notaio Galliano portò con sé il fratello Giovanni Domenico che firmò per lui.

La stampa di Francesco Gonin (1808-1889) è il primo documento visivo del Castello e risale al 1852. Alcune asimmetrie architettoniche riprodotte dall’artista fanno presupporre una personalizzazione nella riproduzione grafica.

In questa foto di fine 1800 è ritratto Domenico Piovano “Chin”, uomo determinato e con grande spirito di
iniziativa e a lui si devono importanti interventi di ristrutturazione dell’edificio. Insieme al fratello Pasquale,
si occupava della coltivazione delle aree adiacenti il castello. Per meglio sfruttare le potenzialità del terreno
ebbe l’idea di affinare il terreno estraendo tutte le pietre fino alla profondità di un metro (il lavoro si fece a
mano su una superficie di circa 3000 mq). All’interno della torre realizzò inoltre la cisterna di raccolta
dell’acqua piovana da utilizzare per l’irrigazione. I due fratelli non si sposarono e non ebbero figli pertanto
l’asse di proprietà del castello si spostò alla sorella Lorenzina maritata con il calzolaio di Niella Giò Matteo
Benedetto.

In quegli anni erano di moda le “gite” in Castello. In questa foto appaiono alcuni abitanti del paese; il primo sulla destra è Baratteri Guglielmo, “Guglielmin”, in posa insieme alle figlie e ad alcuni spasimanti. Il castello è ritratto dal retro e una sezione di tetto è del tutto mancante. E’ ben visibile l’intensa coltura a vite che insediava parte dei terreni.

Questa fotografia rappresenta una delle più antiche testimonianze visive del castello giunte fino a noi. La
facciata non aveva ancora subito alcun intervento di restauro e, alla base della torre, è chiaramente visibile
una profonda lesione muraria.
Secondo alcune ipotesi tramandate dalla memoria locale, quella crepa potrebbe essere riconducibile a un
colpo di cannone sparato durante il passaggio delle truppe napoleoniche nel 1796. La tradizione racconta
che l’episodio sarebbe avvenuto come gesto intimidatorio o di rappresaglia nei confronti della popolazione
niellese, accusata di non voler approvvigionare adeguatamente l’esercito francese in avanzata verso
Mondovì.

Nei primi anni del ‘900 il corpo antistante la torre fu interessato da un incendio che ne fece crollare il tetto.
Su questa cartolina, datata 22 dicembre 1916, si notano visibili le tracce sulla torre.

Questa immagine del 1940 offre nitidi particolari architettonici non molto diversi da quelli attuali. È ancora
presente il pergolato di uva dolcetto che farà parte del paesaggio del Castello fino al 1980.

Non è un hotel. Non è un agriturismo. È un castello da vivere.